Nuvole rosa all’orizzonte

Son su un treno zeppo di gente e di valigie che si è fermato appena fuori dalla stazione. All’orizzonte si stagliano nuvole rosa del tramonto, che non posso ignorare nonostante tutti i miei sforzi. E il pensiero va a C., come spesso è capitato in questi giorni di inutili e vuoti festeggiamenti. Fra un poco calpesterò una banchina guardando in basso per non inciampare, che tanto nessuno sarà lì ad aspettarmi. ‘Chissà se a volte mi pensi, almeno un po’, continuo a chiedere al vento. ‘Ti amo, C.’, continuo a ripetere a mezzavoce, come un mantra. Pensavo che il dolore fosse finito, invece era solo mimetizzato sotto la mia parvenza di vita. Quando torna, il dolore, ha sempre un volto nuovo. Oggi aveva l’aspetto di nuvole rosa…

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“E so molto bene che non ci sarai” – purtroppo…

«E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menù,
o nel sorriso che alleggerisce il “tutto completo” delle sotterranee,
nei libri prestati e nell’arrivederci a domani.

Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
nè ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all’angolo della strada mi fermerò,
a quell’angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
nè qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,
nè la fuori, in quel fiume di strade e di ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te».

Julio Cortázar, “Il futuro”

 

Poi…

…poi all’improvviso ti piglia l’angoscia e vorresti chiuder fuori il mondo e non veder più nessuno che tanto a nulla serve il viverci, nel mondo, se lui non c’è. Sì è passato quasi un anno, sì non ho più avuto alcuna notizia, sì dovrei farmene una ragione, sì non riesco più a guardar le nuvole senza avvertire un nauseante senso di vertigine, sì non mi rassegno, sì basta niente a farmi sanguinare, sì non riesco a piangere, sì ho imparato a far finta di nulla, sì non riesco a odiare. Ma soprattutto sì, mi manchi così tanto che mi sembra di impazzire.

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Amputata, mi sento amputata

«Una volta lui aveva detto qualcosa che lei non riusciva ad immaginare: gli amputati sentono dolori, crampi, solletico alla gamba che non hanno più. Così si sentiva lei senza di lui, sentendolo là dove non c’era più».
Gabriel García Márquez , “L’amore ai tempi del colera”

Cose da fare, prima o poi

«Vorrei imparare a separare i ricordi dal dolore. O per lo meno una parte di essi, per quanto è possibile,  perché non tutto il passato sia così intriso di dolore. In questo modo potrei ricordarti ancora di più, capisci? Non avrò paura ogni volta del bruciore dei ricordi».

David Grossman, “Caduto fuori dal tempo”