Mentre C. è online io scrivo. E cancello…

“Ti amo – ti odio. Mi manchi – e basta.
Chissà a chi scrivi chissà con chi parli chissà chi abbracci prima di dormire chissà se ancora ti ricordi di me chissà se mi amavi chissà se mi ami chissà se mi senti chissà se ti manco chissà se stai guardando il golf pensando a quando io dormivo al tuo fianco chissà se lo senti che ti sto scrivendo. Chissà chissà chissà chissà chissà. Chissà perché io vorrei che tu venissi qui in questi mio nuovo qui dove tu non sei che una piccola foto che non riconosco chissà se hai messo le porte chissà se ricordi che profumo ho chissà se hai mai avuto voglia di sentire la mia voce chissà se stai scrivendo a un’altra le stesse cose che scrivevi a me chissà se lei le prova le stesse cose che provavo io per te chissà perché poi hai voluto farmi un male che mi ha ucciso – dentro – per sempre, chissà se pensi che io me lo meritassi, tutto quel male, chissà se mi sogni chissà se ricordi il suono della mia voce chissà se ricordi Amsterdam e le finestre illuminate chissà se ricordi il corridoio dell’albergo di Vienna, chissà se ricordi come ridevo, e uso il passato perché ormai non rido più da parecchio, chissà se hai trovato ancora cose mie, in giro, chissà se chiudi mai gli occhi pensando a cosa avevamo, chissà se pensi che avessimo qualcosa, chissà se. Chissà”

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“E ora che non ci sei più è il vuoto ad ogni gradino”

«Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue»

Eugenio Montale

Citazioni che si ritrovano quando ormai è troppo tardi…

Avevo appuntato questa citazione su una vecchia agenda. Forse all’epoca non avevo in mente nessuno di particolare con cui condividerla, ma mi era parsa così intensa da meritare di essere conservata in attesa di incontrare qualcuno a cui farne dono. Ecco, a C. avrei potuto regalarla. Per carità, magari non l’avrebbe apprezzata davvero, ma sono certa che avrebbe finto benissimo. Chissà forse avrebbe persino risposto che io l’avevo già, la sua anima. E io ci avrei creduto, così come ho creduto a ogni singola parola sia mai uscita dalle sue labbra o dalla sua tastiera… Quelle maledette parole ancora mi girano nella testa persino adesso che so che erano totalmente prive di alcun significato reale, quelle maledette parole  erano una droga così potente che, nonostante sia passato un anno ormai da quando senza dire nulla ha preso la porta e non ha più fatto ritorno, continuano ad avvelenarmi la vita. Ti sto pensando, anche ora, anche in queste condizioni sto pensando a te, solo che questa cosa non ha la minima influenza, sulla tua esistenza, né l’ha mai avuta – temo. Tu avevi solo bisogno di liberarti di me, per cominciare a vivere. Io avevo bisogno che tu mi stessi accanto, per continuare a farlo. La vita a volte fa dei gran brutti scherzi…

«Tu non devi saper niente, solo che io ti amo. Io invece debbo sapere, solo se io ho la tua anima. Ti sto pensando, anche ora, anche in queste condizioni sto pensando a te. Lo sai che se cesso di pensarti, tu muori, istantaneamente? Ma non temere, io non cesserò mai di pensarti».

Beppe Fenoglio, “Una questione privata”

“E so molto bene che non ci sarai” – purtroppo…

«E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menù,
o nel sorriso che alleggerisce il “tutto completo” delle sotterranee,
nei libri prestati e nell’arrivederci a domani.

Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
nè ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all’angolo della strada mi fermerò,
a quell’angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
nè qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,
nè la fuori, in quel fiume di strade e di ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te».

Julio Cortázar, “Il futuro”