Previsioni astrali

Oroscopo di Rob Brezsny (Internazionale) 30 gennaio-5 febbraio

Vergine: “Non sei messa male come pensi. Le tue ferite non sono così debilitanti come immagini. E questa settimana la vita te lo dimostrerà. O meglio: la vita cercherà di dimostrartelo con prove solide e inoppugnabili. Ma la mia domanda, Vergine, è: sarai così attaccata al tuo dolore da non voler vedere, e meno che mai esplorare, le prove decisive che ti saranno offerte? Spero proprio di no”

Oh, cavolo.

Apnea sincopata

Sto vivendo questi giorni che mi separano dal Natale in una sorta di perenne apnea.

I regali li ho presi quasi tutti online, così da evitare di girare per il centro. Che poi erano davvero pochissimi i regali che dovevo acquistare, quindi non ci ho messo niente.

Di respirare l’aria delle feste francamente non ho voglia alcuna.

In casa non ho fatto l’albero (anche perché Cleopatra lo abbatterebbe in 10 minuti) e non ho tirato fuori nessun ornamento.

Mamma sabato mi ha portato un microscopico presepe in pasta di pane: l’ho cacciato sulla mensola più alta della libreria e lì giacerà fino al trasloco, credo.

Sto cercando qualcuno con cui trascorrere il Capodanno, anche se l’unica cosa che vorrei sarebbe addormentarmi adesso e risvegliarmi il 7 di gennaio, o anche il 5 – mi accontenterei.

Passo il mio tempo libero a fare sciarpe di lana e a guardare la televisione.

Ogni giorno è uguale al precedente.

Non respiro, cerco di pensare il meno possibile.

Ogni tanto piango, a volte senza motivo.

La sera guardo la luna e le stelle e mi sento persa.

L’auto aveva un chiodo in una gomma: se n’è accorto mio padre che ha provveduto a porre rimedio alla cosa. Sta posteggiata proprio sotto casa, e continuo a pensare a cosa sarebbe successo se una sera io l’avessi presa e fossi andata sotto casa di C. Poi rientro in casa e non elaboro alcuna risposta.

Tengo ordine in casa, per motivi che non mi sono chiari. La sera prima di andare a letto ogni cosa deve essere al suo posto: T. sarebbe fiero di me, e pure C., ora che ci penso.

Continuo a sognarmi di C. ma non ricordo nulla al risveglio.

Ho fatto recapitare il divano a T. Si è lamentato del fatto che avesse dei fili tirati. Non mi ha neppure chiesto quanto mi dovesse per il trasporto. Gli ho regalato altri 140 euro. Ho maledetto la mia debolezza.

Ancora non ho trovato il coraggio di andare a parlare con la padrona di casa per dirle che me ne vado. Lo sa ma non sa i dettagli. Credo che mi odi. Ogni giorno che passa la situazione peggiora, ma non riesco a decidermi. Procrastino in attesa di tempi migliori.

Stasera lascerò il mazzo dei tarocchi sul terrazzo per l’ultima volta perché stanotte è plenilunio. Prima o poi vorrei provare a leggerli, ma pare che si debba essere di umore leggero, e io ho il peso specifico dell’osmio (che è l’elemento più pesante presente in natura) quindi aspetto che vengano tempi migliori.

Ho delle persone che si preoccupano per me, e il pensiero mi scalderebbe il cuore se non fosse che è talmente avvizzito che non sente più nulla.

Mangio cibi pronti, quando mangio.

Bevo bevande gasate che mi fanno stare male.

Sto usando le monetine da due euro per comprare le sigarette, tanto a Würzburg con C. non andrò mai quindi tanto vale.

Sono settimane che non leggo manco una riga anche se continuo a comprare libri.

Volevo regalare un kindle a Mr Big, ma visto come sono andate le cose risparmio 79 euro e sono pure contenta.

La mia gioielleria preferita ha in vetrina un anello che mi piace un sacco, ma non ho nessuno che mi abbia chiesto cosa volessi per regalo quindi credo che resterà lì a meno che all’ultimo io non decida di comprarmelo comunque – per poi sentirmi in colpa per aver buttato dei soldi che non ho visto che devo pure comprare casa.

Ho iniziato a bere un thè africano che si chiama Rooibos. 20 misere bustine mi son costate 10 euro: lavorare in centro è tanto comodo ma i negozi hanno dei prezzi francamente fuori dal mondo.

In metropolitana non ho trovato la locandina della mostra di C. In rete non cerco notizie, neppure su FB. Sono paralizzata dalla paura di trovare foto sue e di chissà chi altri.

Vorrei chiedere indietro a C. il libro sui cortili di Milano che mi aveva regalato due anni fa. Lo avevo portato con me insieme alle poche cose che ero riuscita a racimolare quando T. mi aveva chiuso fuori da casa. Lo ha messo nella sua libreria e lì e rimasto.

Per una beffa del destino nel numero della rivista sulla cui copertina campeggiava il faccione del mio capo c’era anche un’articolo sulla mostra medesima: ho buttato la copia della rivista.

Ho chiesto a Mr. Big di non darmi notizie dell’inaugurazione. Ha ignorato la richiesta. Mi ha detto che mi avrebbe regalato una copia del catalogo, “che è venuto proprio bene”. Gli ho risposto “grazie no, come se avessi accettato”. Invece credo che gli chiederò di darmene una copia, a patto che sia avvolta da una carta spessa. Prima o poi avrò il coraggio di aprirlo, oppure no – chi può dirlo?

Ho visto due volte il film di Woody Allen: una volta in lingua originale con i sottotitoli, una volta doppiato. L’ho trovato triste in entrambe le versioni. Ho visto anche Lunchbox, e ho trovato triste pure quello. Son riuscita a deprimermi anche con Dietro i candelabri, forse dovrei smettere di andare al cinema.

B. dà lezioni di vita, ed è come sparito, preso da altre faccende. Ho deciso di non invitarlo più a cena, se mai volesse venirci me lo chieda lui. Un po’ mi dispiace, perché era l’unico che si prendesse la briga di viziarmi un po’, ma francamente quel suo tonino scocciato mi disturba. Sto male, e allora? Dovrei andare avanti? Maddai! dici davvero? pensa che io non lo so. Tutto facile per te eh, invece per me non lo è affatto, quindi facciamo che ci si rivede nella prossima vita.

Ho trovato una ragazza che fa gioielli usando le immagini di Fornasetti: ho fatto incetta, anche se resteranno nel cassetto come tutto il resto delle cose che compro. Alla Triennale c’è una mostra dedicata a lui, ma non credo che riuscirò ad andarci col fantasma di C. che aleggia da quelle parti.

Sabato notte sono stata molto male – più male del solito, intendo. Non ho chiamato nessuno, perché non avrei saputo chi chiamare però ho mantenuto una certa calma.

Il vuoto continua ad attrarmi.

Ho finito le parole.

Facebook and me

Ebbene sì, lo confesso: c’è stato un periodo della mia (ormai lunga) esistenza in cui sono stata Facebook-dipendente. Aggiornavo lo stato, caricavo foto, commentavo, postavo note e video. Ho conosciuto anche un sacco di persone, su Facebook. Con qualcuna di loro ho stretto un rapporto di amicizia speciale, altre le ho perse di vista con qualche rimpianto, altre ancora le ho lasciate andare per noia. Facevo tutto su Facebook: dal coltivare ortaggi al coccolare un cucciolo virtuale. Poi quando mi son separata ho smesso di fare alcunché al punto che sono ancora ufficialmente sposata con T. (e lui con me) come se il modificare quel dettaglio della mia biografia fosse qualcosa di politicamente scorretto. Ho smesso di scrivere e di postare foto perché avevo finalmente iniziato ad avere una vita vera, con C. e quindi quella virtuale non mi era più necessaria. Poi le cose sono andate come sono andate ma in quella piazza virtuale non son più riuscita a tornare, colta da una specie di rispettoso pudore nei confronti di T.

Ora sbircio dal buco della serratura come una vicina pettegola, e mi faccio vagonate di fatti altrui.

Se fossi dotata di sense of humor potrei anche tentare di stilare una lista esaustiva dei frequentatori tipo di Facebook divisa per categorie, ma siccome sono decisamente negata per questo genere di descrizioni, mi limiterò a tracciare qualche profilo delle persone di cui frequento la bacheca:

1) la collega quarantenne che si comporta come una  dodicenne in gita, posta foto di un attore figo con commenti infarciti di punti esclamativi, si fa foto in pose improbabili (alle quali mette il “like”) e soprattutto commenta istantaneamente i post altrui (segno inequivocabile del fatto che non ha una cippalippa da fare) con frasi del tipo “sempre al top”, o “fantaaaaaaaaaaaaastico” (il suo “organizziamo un pranzino natalino” ha dato la stura a questo mio fiume di parole). Chiama Topo (rigorosamente con la T maiuscola) il marito ultrasessantenne.

2) la giornalista belloccia che fa l’impegnata, e che contemporaneamente riesce a essere madre, moglie, scrittrice, fotografa, cuoca, donna di mondo, ballerina, proprietaria di cani e forse ho dimenticato qualche alterego. Cambia posti di lavoro con la stessa rapidità con la quale cambia l’immagine del profilo, e dal tono delle cose che scrive per annunciare urbi et orbi la fine della sua ennesima avventura professionale, si evince che il più delle volte non se ne va di sua sponte, ecco Posta autoscatti a raffica e tende a lodarsi a ogni piè sospinto. Come nel caso della collegaquarantenne di cui sopra ogni volta che posta una foto, fa passare qualche tempo e poi ci piazza un like, in modo che se qualcuno ancora non ha avuto modo di sdilinquirsi in complimenti, possa rimediare e in caso che manco al secondo apparire della medesima immagine nulla si muova ci aggiunge un bello autotag, manco fosse una foto di classe in cui uno fatica a riconoscerla: è un autoscatto, ci sei solo tu che diammine ti tagghi a fare? Ah, alle volte i suoi post sono così sgrammaticati che viene da chiedere come diavolo faccia a farsi pubblicare i libri da un grande editore (“mi hai fatto sbottare a ridere” è l’ultima che ricordi). Ovviamente se qualcuno la coglie in fragrante lei dà la colpa al T9 del suo telefonino (ovviamente ultimo modello).

3) la mamma che posta aggiornamenti sul pupo: forse sta mettendo un dentino, ha messo un dentino, ha mangiato, non ha mangiato, ha dormito, non ha dormito e via di questo passo (prima ovviamente ci ha aggiornato con costanza sui vari tentativi di rimanere incinta, nonché sulle gioie della gravidanza)

4) i malati cronici (questa è una categoria, in effetti): ci aggiorna costantemente sul suo stato di salute. Sta bene sta male ha sonno ha mal di schiena è stanco ecc ecc

5) i giocatori compulsivi (idem come sopra): trovano il tempo di fare qualunque attività ludica proposta dal social network dalle caramelle, al cucciolo, al poker e chi più ne ha più ne metta. Nulla da dire per carità, io pure sono ruzzledipendente, ma nascondete le notifiche per favore, che non se ne può più.

6) la cacciatrice di polemiche (altresì detta Calimero): se c’è una qualche discussione in giro lei ci si butta a pesce. Scrive commenti lunghissimi che di solito hanno poco a che fare con l’argomento della discussione e che spesso sono anche poco comprensibili. Si azzuffa un po’ con i partecipanti al dibattito poi tutta tristanzuola se ne torna sulla propria bacheca a scrivere post contro il mondo che è brutto, cattivo e non la capisce

7) l’emarginata: scrive in continuazione, commenta qualunque cosa, ma non riesce a tirar su che uno o due “like” al massimo (uno dei quali di solito è della collega quarantenne che ha il “like” compulsivo)

8) la tizia che commenta un post vecchio di due anni come se fosse stato scritto poche ore prima: viene il dubbio che periodicamente prenda la bacheca di ciascun amico e le scorra tutte a ritroso. Il perché resta un mistero

Ecco, ora che ho sprizzato cattiveria da ogni poro posso pure tornare a lavorare