Nuvole rosa all’orizzonte

Son su un treno zeppo di gente e di valigie che si è fermato appena fuori dalla stazione. All’orizzonte si stagliano nuvole rosa del tramonto, che non posso ignorare nonostante tutti i miei sforzi. E il pensiero va a C., come spesso è capitato in questi giorni di inutili e vuoti festeggiamenti. Fra un poco calpesterò una banchina guardando in basso per non inciampare, che tanto nessuno sarà lì ad aspettarmi. ‘Chissà se a volte mi pensi, almeno un po’, continuo a chiedere al vento. ‘Ti amo, C.’, continuo a ripetere a mezzavoce, come un mantra. Pensavo che il dolore fosse finito, invece era solo mimetizzato sotto la mia parvenza di vita. Quando torna, il dolore, ha sempre un volto nuovo. Oggi aveva l’aspetto di nuvole rosa…

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Mentre C. è online io scrivo. E cancello…

“Ti amo – ti odio. Mi manchi – e basta.
Chissà a chi scrivi chissà con chi parli chissà chi abbracci prima di dormire chissà se ancora ti ricordi di me chissà se mi amavi chissà se mi ami chissà se mi senti chissà se ti manco chissà se stai guardando il golf pensando a quando io dormivo al tuo fianco chissà se lo senti che ti sto scrivendo. Chissà chissà chissà chissà chissà. Chissà perché io vorrei che tu venissi qui in questi mio nuovo qui dove tu non sei che una piccola foto che non riconosco chissà se hai messo le porte chissà se ricordi che profumo ho chissà se hai mai avuto voglia di sentire la mia voce chissà se stai scrivendo a un’altra le stesse cose che scrivevi a me chissà se lei le prova le stesse cose che provavo io per te chissà perché poi hai voluto farmi un male che mi ha ucciso – dentro – per sempre, chissà se pensi che io me lo meritassi, tutto quel male, chissà se mi sogni chissà se ricordi il suono della mia voce chissà se ricordi Amsterdam e le finestre illuminate chissà se ricordi il corridoio dell’albergo di Vienna, chissà se ricordi come ridevo, e uso il passato perché ormai non rido più da parecchio, chissà se hai trovato ancora cose mie, in giro, chissà se chiudi mai gli occhi pensando a cosa avevamo, chissà se pensi che avessimo qualcosa, chissà se. Chissà”

Citazioni che si ritrovano quando ormai è troppo tardi…

Avevo appuntato questa citazione su una vecchia agenda. Forse all’epoca non avevo in mente nessuno di particolare con cui condividerla, ma mi era parsa così intensa da meritare di essere conservata in attesa di incontrare qualcuno a cui farne dono. Ecco, a C. avrei potuto regalarla. Per carità, magari non l’avrebbe apprezzata davvero, ma sono certa che avrebbe finto benissimo. Chissà forse avrebbe persino risposto che io l’avevo già, la sua anima. E io ci avrei creduto, così come ho creduto a ogni singola parola sia mai uscita dalle sue labbra o dalla sua tastiera… Quelle maledette parole ancora mi girano nella testa persino adesso che so che erano totalmente prive di alcun significato reale, quelle maledette parole  erano una droga così potente che, nonostante sia passato un anno ormai da quando senza dire nulla ha preso la porta e non ha più fatto ritorno, continuano ad avvelenarmi la vita. Ti sto pensando, anche ora, anche in queste condizioni sto pensando a te, solo che questa cosa non ha la minima influenza, sulla tua esistenza, né l’ha mai avuta – temo. Tu avevi solo bisogno di liberarti di me, per cominciare a vivere. Io avevo bisogno che tu mi stessi accanto, per continuare a farlo. La vita a volte fa dei gran brutti scherzi…

«Tu non devi saper niente, solo che io ti amo. Io invece debbo sapere, solo se io ho la tua anima. Ti sto pensando, anche ora, anche in queste condizioni sto pensando a te. Lo sai che se cesso di pensarti, tu muori, istantaneamente? Ma non temere, io non cesserò mai di pensarti».

Beppe Fenoglio, “Una questione privata”

Poi…

…poi all’improvviso ti piglia l’angoscia e vorresti chiuder fuori il mondo e non veder più nessuno che tanto a nulla serve il viverci, nel mondo, se lui non c’è. Sì è passato quasi un anno, sì non ho più avuto alcuna notizia, sì dovrei farmene una ragione, sì non riesco più a guardar le nuvole senza avvertire un nauseante senso di vertigine, sì non mi rassegno, sì basta niente a farmi sanguinare, sì non riesco a piangere, sì ho imparato a far finta di nulla, sì non riesco a odiare. Ma soprattutto sì, mi manchi così tanto che mi sembra di impazzire.

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7 semplici regole (caviale a parte)

1. Eliminare i sensi di colpa.
2. Non fare della sofferenza un culto.
3. Vivere nel presente (o almeno nell’immediato futuro).
4. Fare sempre le cose di cui si ha più paura; il coraggio è una cosa che s’impara a gustare col tempo, come il caviale.
5. Fidarsi della gioia.
6. Se il malocchio ti fissa, guarda da un’altra parte.
7. Prepararsi ad avere ottantasette anni.

Erica Jong , “Come salvarsi la vita”