Poi…

…poi all’improvviso ti piglia l’angoscia e vorresti chiuder fuori il mondo e non veder più nessuno che tanto a nulla serve il viverci, nel mondo, se lui non c’è. Sì è passato quasi un anno, sì non ho più avuto alcuna notizia, sì dovrei farmene una ragione, sì non riesco più a guardar le nuvole senza avvertire un nauseante senso di vertigine, sì non mi rassegno, sì basta niente a farmi sanguinare, sì non riesco a piangere, sì ho imparato a far finta di nulla, sì non riesco a odiare. Ma soprattutto sì, mi manchi così tanto che mi sembra di impazzire.

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C.v.d., ovvero della inutile prevedibilità di Mr. Big

Come volevasi dimostrare Mr Big ha telefonato, l’altra sera. Credo fossero più o meno le 9. Lui era a casa, io ero a casa. Con ogni probabilità se ne stava spalmato sul divano, con la tv accesa – come me del resto. Ha esordito – come sempre – chiedendomi come stessi e per una volta ho evitato di dirgli che ‘grazie sto uno schifo’, perché tanto la risposta non gli interessa mai un granché, qualunque essa sia. Gli ho chiesto come stesse lui, mi ha raccontato le ultime novità sulla sua situazione lavorativa, mi ha detto di aver giocato molto a golf nel finesettimana poi ha detto di aver passato del tempo con la fidanzata. E così la starlette decaduta è assurta al ruolo di fidanzata… Gli ho detto che me lo aspettavo, e l’ho preso in giro per il fatto che la sua previsione sul fatto che lei non lo avrebbe sopportato a lungo era sbagliata, come sempre. Attraverso l’etere ho potuto cogliere il sorrisetto compiaciuto con il quale ha condito la risatina di scherno compiaciuto per il fatto di essere tutto sommato ancora appetibile. Attraverso l’etere dubito che abbia potuto cogliere il disagio che mi stava provocando quella telefonata, e il dolore che l’essere stata scartata da lui – per l’ennesima volta – mi stava provocando. Tempo fa ho cercato di parlarne con qualcuno, di questo disagio e di questo dolore. Con chi proprio non lo riesco a ricordare nonostante ci stia pensando da qualche giorno. Chiunque fosse questo interlocutore – forse M., forse L. – l’unica cosa certa è che, a fronte della mia pacata rimostranza per il fatto che nessuno pare scegliermi mai, questo misterioso qualcuno mi ha detto che in fondo ero io che non mi ero resa disponibile e che quindi non potevo aspettarmi altro. Dunque – riassumendo – la gente mi scarta perché io non sono disponibile, ergo è colpa mia. Interessante punto di vista. Ora, può anche essere che questa conversazione con il misterioso qualcuno non sia mai avvenuta, e che me la sia immaginata dato che a colpevolizzarmi sono bravissima, una vera maestra. Comunque sia – come sempre – è il risultato che conta, perciò il fatto che anche le persone che teoricamente mi dovrebbero stimare (o che dichiarano di farlo), alla fine mi scarichino con una certa qual nonchalance non è affatto incoraggiante, anzi è inequivocabilmente e indubbiamente avvilente (e chiedo venia per tutti gli -ente). Resta però il fatto che sono diventata una grande incassatrice, mi rallegro per le gioie altrui, mi dispiaccio per le altrui sofferenze e come un randagio mostro gratitudine per le scarse briciole di attenzione che il mondo di quando in quando si degna di gettarmi. Poi la notte rimugino, magari svuoto lo stomaco delle poche cose che sono riuscita a buttar giù spinta da una fame che sa di sopravvivenza e mi preparo ad aspettare l’ennesimo gesto di elemosina, da qualunque parte esso provenga, sperando ogni giorno che l’attesa venga ricompensata da qualcosa di più consistente di un messaggio risicato, di una telefonata proforma o di parole di circostanza delle quali davvero non so che fare.

Sto pensando di scomparire per un po’, non troppo che so un paio di giorni: darmi malata e non rispondere a mail telefonate o messaggi. Mi chiedo quante persone si prenderebbero la briga di preoccuparsi sul serio delle mie condizioni, quante si premurerebbero di venire a bussare alla mia porta con quella sincerità che non riesco a trovare in nessuno tra coloro che potrebbero concretamente fare qualcosa per me.

Voialtri, là fuori, sappiatelo: la vita non è una gara a chi sta più male, a chi ha più problemi, ha chi ha più rogne da gestire: ogni tanto fatelo un gesto gratuito e chiedete alla gente come sta, come sta davvero, prima di lanciarvi in elenchi che riguardano solo voi stessi.

Ah e per cortesia, lasciate perdere le frasi fatte che sono insultanti: alle volte basta un abbraccio silenzioso a dimostrare che volete bene a una persona, o almeno credo sia così visto che negli ultimi mesi di questi gesti io non ne ricevuti che uno o due (forse).

Meglio pochi ma buoni

Ogni tanto son tentata di raccontarlo a chiunque, che tengo un blog. Certo il numero dei lettori non aumenterebbe più di tanto dacché come forse si sarà capito non è che io sia piena di amici o anche solo di conoscenti ma comunque aumenterebbe  ecco.

Poi però mi dico che no questo spazio è solo mio e delle persone a cui tengo, quelle che non mi giudicano se sto male, o che non fanno nulla per meritarsi le mie invettive e che il fatto di poter essere me stessa fregandomene delle conseguenze di quando in quando non è poi male, quindi ben vengano i miei pochi lettori: com’è di dice meglio pochi ma buoni (che tanti  e criticoni)

Delle cose che devo imparare

R. mi ha accolta in Francia con le ferite aperte. Certo erano ferite fresche, in un certo senso superficiali quindi è stato tutto sommato facile gestirle. Ho ascoltato la sua saggezza e i suoi racconti come se fossero un balsamo miracoloso. Ho accolto con sollievo i suoi suggerimenti ad ascoltare l’Universo e a seguire la via che la Vita mi stava indicando, piuttosto che forzare gli eventi. Tutto sembrava facile, in quel momento. La cosa che mi ha ripetuto più spesso era che dovevo imparare a stare da sola, che dovevo imparare a fare affidamento solo su me stessa e che la solitudine non era necessariamente un nemico da combattere con ogni mezzo, quanto piuttosto un’opportunità per crescere e andare oltre.

Una volta tornata a casa, una volta che la mia esistenza si è inserita nuovamente nei binari consueti sono riuscita a rimanere ferma nei miei propositi – forse perché distratta dalla presenza salvifica di L. o dal fatto che in fondo pensavo che tutto sarebbe tornato come prima, e che C. si sarebbe fatto vivo, prima o poi. Mi sono sentita forte, mi sono sentita indipendente, mi sono sentita in grado anche di stare da sola. Anzi, per qualche giorno mi sono persino sentita felice dell’opportunità di dimostrare a me stessa che ce la potevo fare. Sono arrivata al punto di pensare – sciocca che non sono altro – che stavo vivendo, non solo sopravvivendo.

“Forse è bene che tu cominci a pensare di avere una vita”, questa una delle cose che C. mi ha scritto nella sua ultima, stringatissima e urlata lettera. In tutto il tempo che abbiamo trascorso insieme è una cosa che mi ha ripetuto spesso – magari in termini un pochino meno duri – e che altrettanto spesso ho cercato di mettere in atto. Ho passato l’intera esistenza in simbiosi con qualcuno – prima mia madre, poi T. – e la cosa mi è sempre pesata parecchio. Eppure, nel momento in cui avrei potuto essere libera, ho cercato di riprodurre il meccanismo perverso della dipendenza da qualcuno con una persona che non era in grado di tollerarlo.

Durante una lunghissima conversazione notturna, piccolaS mi ha detto la cosa più illuminante tra tutte quelle che avevo ascoltato fino a quel momento e che suonava più o meno così: “Quando sarai in grado di stare da sola allora potrai pensare di tornare da lui sbandierando ciò che hai imparato nel frattempo. A quel punto sarai libera”. Libera si, ma di fare cosa? – mi chiedo ora.

Quello che avrei voluto far capire a C., era che potevo certo vivere anche senza di lui, ma che, semplicemente, non volevo vivere senza di lui, perché con lui mi sentivo completa – come se avessi trovato l’altra metà della mela. “Non esiste una sola metà che possa combaciare con noi, ci sono tante altre metà che ti aspettano”, mi ha detto R., una sera. Eppure io continuo a volere quella metà che avevo già – e la cui assenza si fa ogni giorni più concreta e lacerante. Il dilemma che mi assilla in questo momento è però lo stesso di sempre: a desiderare tanto ardentemente che il tempo torni indietro e tutto torni prima, sono io o è la mia paura della solitudine? Dove sta la realtà in questo momento? E dove sono io rispetto alla realtà?