Mentre C. è online io scrivo. E cancello…

“Ti amo – ti odio. Mi manchi – e basta.
Chissà a chi scrivi chissà con chi parli chissà chi abbracci prima di dormire chissà se ancora ti ricordi di me chissà se mi amavi chissà se mi ami chissà se mi senti chissà se ti manco chissà se stai guardando il golf pensando a quando io dormivo al tuo fianco chissà se lo senti che ti sto scrivendo. Chissà chissà chissà chissà chissà. Chissà perché io vorrei che tu venissi qui in questi mio nuovo qui dove tu non sei che una piccola foto che non riconosco chissà se hai messo le porte chissà se ricordi che profumo ho chissà se hai mai avuto voglia di sentire la mia voce chissà se stai scrivendo a un’altra le stesse cose che scrivevi a me chissà se lei le prova le stesse cose che provavo io per te chissà perché poi hai voluto farmi un male che mi ha ucciso – dentro – per sempre, chissà se pensi che io me lo meritassi, tutto quel male, chissà se mi sogni chissà se ricordi il suono della mia voce chissà se ricordi Amsterdam e le finestre illuminate chissà se ricordi il corridoio dell’albergo di Vienna, chissà se ricordi come ridevo, e uso il passato perché ormai non rido più da parecchio, chissà se hai trovato ancora cose mie, in giro, chissà se chiudi mai gli occhi pensando a cosa avevamo, chissà se pensi che avessimo qualcosa, chissà se. Chissà”

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Inutilmente penso a te…

«Penso a te nel silenzio della notte, quando tutto è nulla,
e i rumori presenti nel silenzio sono il silenzio stesso,
allora, solitario di me, passeggero fermo
di un viaggio senza Dio, inutilmente penso a te.
Tutto il passato, in cui fosti un momento eterno,
è come questo silenzio di tutto.


Tutto il perduto, in cui fosti quel che più persi,
è come questi rumori,
tutto l’inutile, in cui fosti quel che non doveva essere,
è come il nulla che sarà in questo silenzio notturno.

Ho visto morire, o sentito che morirono,
quanti amai o conobbi,
ho visto non saper più nulla di quelli che un po’ andarono
con me, e poco importa se fu un’ora o qualche parola;
o un passeggio emotivo e muto,
e il mondo oggi per me è un cimitero di notte,
bianco e nero di tombe e alberi e di estraneo chiardiluna
ed è in questa quiete assurda di me e di tutto
che penso a te».

Fernando Pessoa

Boccette semivuote

Alla fine laV. ha risposto. Ha avuto 10 ore per farlo e ha scelto di scrivere la sera che è il momento in cui sono più fragile. Non che abbia scritto chissà che cosa, semplicemente che dovrei smettere di pensarci, farmene una ragione e sorridere col gatto. Poche righe di circostanza, venate di quella compassione che leggo negli occhi di tutte le persone che incontro e che di solito ha come sottinteso la mancata comprensione del perché io stia così. “È uno stronzo, non ne vale la pena”, “Il mondo è pieno di gente migliore di lui” e via di questo passo.
La verità è che può anche essere che il mondo sia pieno di gente migliore di lui ma io non conosco nessuno. Non frequento nessuno. Quando dico che sono sola mi guardano come se stessi dicendo una fesseria con il solo scopo di farmi compatire. Detesto la compassione altrui, mi fa sentire ancora più inutile, più vuota, più insignificante.
In questi giorni tutti paiono avere qualcosa da fare. Tranne me, ovviamente. Stasera ho provato a chiamare la Giornalista ma era impegnata, PiccolaS ma era impegnata. Ho mandato un sms a Mr. Big – non ha risposto. B. era a cena non so dove. Ho invitato M. a cena per sabato ha detto che ha già un impegno che questi giorni sono un inferno e che anela solo alla solitudine del proprio divano. Avrei voluto risponderle che è proprio vero quello che si dice: “Chi ha il pane non ha i denti” ma la cosa sarebbe suonata sgradevole e non vedo motivo per essere sgradevole con chi si è dimostrato tanto gentile con me.
Il non avere programmi per Capodanno mi ha dato la botta finale, temo. Al momento ho esaurito le persone a cui elemosinare compagnia – che sono in effetti pochissime ma tant’è. Forse S. mi ospiterebbe al mare ma l’anno scorso ero da lei e stavo così male che ho paura che il ricordo di quel dolore sia di per sé sufficiente a schiantarmi definitivamente.
Sto pensando di tornare a prendere gli antidepressivi. Le boccette giacciono sul letto accanto a me, in questo momento. Le ho guardate in controluce poco fa e ho scoperto che sono quasi vuote. Se fossero state piene forse avrei potuto assumerne una dose sufficiente a porre fine una volta per tutte a questo inferno.
La nausea sta avendo la meglio. Ho scritto con le lacrime che solcavano il viso e il naso gocciolante. Se qualcuno dovesse leggere queste mie righe domani mi sorrida, o allunghi una mano verso di me.
Ho paura.
Sto male.
Ho paura di non reggere a tanto male.

La mia notte (con parole altrui)

«La mia notte mi strema. Sa bene che mi manchi e tutta la sua oscurità non basta a nascondere quest’evidenza che brilla come una lama nel buio, la mia notte vorrebbe avere ali per volare fino a te, avvolgerti nel sonno e ricondurti a me. Nel sonno mi sentiresti vicina e senza risvegliarti le tue braccia mi stringerebbero. La mia notte non porta consiglio. La mia notte pensa a te, come un sogno a occhi aperti. La mia notte si intristisce e si perde. La mia notte accentua la mia solitudine, tutte le solitudini. Il suo silenzio ascolta solo le mie voci interiori. La mia notte è lunga, lunga, lunga. La mia notte avrebbe paura che il giorno non appaia più ma allo stesso tempo la mia notte teme la sua apparizione, perché il giorno è un giorno artificiale in cui ogni ora vale il doppio e senza di te non è più veramente vissuta. La mia notte si chiede se il mio giorno somiglia alla mia notte. Cosa che spiegherebbe la mia notte, perché temo anche il giorno. La mia notte ha voglia di vestirmi e di spingermi fuori per andare a cercare il mio uomo. Ma la mia notte sa che ciò che chiamano follia, da ogni ordine, semina-disordine, è proibito. La mia notte si chiede cosa non sia proibito. Non è proibito fare corpo con lei, questo, lo sa, ma si irrita nel vedere una carne fare corpo con lei sul filo della disperazione. Una carne non è fatta per sposare il nulla. La mia notte ti ama fin nel suo intimo, e risuona anche del mio. La mia notte si nutre di echi immaginari. Essa, può farlo. Io, fallisco. La mia notte mi osserva. Il suo sguardo è liscio e si insinua in ogni cosa. La mia notte vorrebbe che tu fossi qui per insinuarsi anche dentro di te con tenerezza. La mia notte ti aspetta. Il mio corpo ti attende. La mia notte vorrebbe che tu riposassi nell’incavo della mia spalla e che io riposassi nell’incavo della tua. La mia notte vorrebbe essere spettatrice del mio e del tuo godimento, vederti e vedermi fremere di piacere. La mia notte vorrebbe vedere i nostri sguardi e avere i nostri sguardi pieni di desiderio. La mia notte vorrebbe tenere fra le mani ogni spasmo. La mia notte diventerebbe dolce. La mia notte si lamenta in silenzio della sua solitudine al ricordo di te. La mia notte è lunga, lunga, lunga. Perde la testa ma non può allontanare la tua immagine da me, non può dissipare il mio desiderio. Sta morendo perché non sei qui e mi uccide. La mia notte ti cerca continuamente. Il mio corpo non riesce a concepire che qualche strada o una qualsiasi geografia ci separi. Il mio corpo diventa pazzo di dolore di non poter riconoscere nel cuore della notte la tua figura o la tua ombra. Il mio corpo vorrebbe abbracciarti nel sonno. Il mio corpo vorrebbe dormire in piena notte e in quelle tenebre essere risvegliato al tuo abbraccio. La mia notte urla e si strappa i veli, la mia notte si scontra con il proprio silenzio, ma il tuo corpo resta introvabile. Mi manchi tanto, tanto. Le tue parole. Il tuo colore. Fra poco si leverà il sole».

Lettera di Frida Kahlo a Diego Rivera – Città del Messico 12 settembre 1939. Mai spedita

Maledetta domenica

Il raffreddore non mi ha dato tregua oggi. Ho avuto la febbre alta. Mi sono imbottita di medicinali. Ho fumato lo stretto indispensabile. Ho parlato solo con mamma e con S. stamattina. Ho lavorato a maglia. Non ho dormito, ma ho passato ore nel dormiveglia dovuto alla febbre. Mi sono sentita sola, ma questa non è una novità. Ho pensato a C. e anche qui nulla di nuovo. Sto cercando di elaborare la cosa, di convincermi che è successo davvero, ma non riesco a farmene una ragione. Alle volte vorrei solo riuscire a provare rabbia invece di questo insensato senso di colpa, di inadeguatezza, di frustrazione. Devo averlo anche sognato, a un certo punto.
Vorrei solo che qualcuno mi dicesse che passerà, che potrò innamorarmi di nuovo, che potrò sorridere di nuovo. Vorrei che qualcuno riuscisse a convincermi. Ma son testona e non darei retta a nessuno così come non ho ascoltato i consigli di quanti mi dicevano di lasciare perdere.
Insomma ho passato una domenica inutile – ma è un altro giorno che è passato, e in fondo va bene così. O no?