Dicembre, quasi

L’amore con C. è durato un anno. Era il 7 di dicembre del 2011 quando iniziò. Era il 7 di dicembre 2012 quando finì. 12 mesi esatti. Gli altri 8 mesi sono stati un patetico tentativo di far risorgere un qualcosa che era morto e sepolto. Tentativo che non mi sarei neppure messa a fare se solo avessi saputo, o meglio se solo avessi compreso come stavano le cose.

Curioso come il ricordo dei primi mesi passati insieme siano scolpiti nella mia memoria, quasi fossero accaduti ieri e non due anni fa. In questi giorni di freddo pungente e cieli tersi, certe immagini mi assalgono all’improvviso, in ogni momento, colpendomi con ceffoni sul viso, o pugni allo stomaco. Son piena di lividi, oltre che di cicatrici sanguinanti. Vorrei potermi addormentare oggi e svegliarmi alla fine di gennaio. Vorrei non dover percorrere le stesse strade ogni giorno, vorrei non dovermi imbattere nel fantasma di noi due a ogni angolo di strada. Vivo come se fossi perennemente in apnea. Fingo che tutto sia normale, ma di normale non c’è nulla, in questi miei giorni. Evito di uscire di casa, quando posso. Evito di guardarmi in giro quando cammino, testa bassa e auricolari. Eppure non basta. Nulla sembra bastare. La mattina impiego sempre qualche istante prima di tornare alla realtà, perché ho sempre l’impressione che nulla sia cambiato, che il telefono stia per suonare, che un messaggio stia per arrivare. Poi alzo il piumone e scopro Cleopatra, che mi ricorda che invece tutto è cambiato, e che devo affrontare un nuovo giorno senza di lui. Poi mi alzo, metto su il caffè mi infilo il cappotto e vado a fumare la prima sigaretta sul terrazzo, lo sguardo verso nord – lo sguardo verso di lui. Ogni tanto parlo da sola, gli dico che lo amo e che mi manca. Cerco di non chiedermi cosa stia facendo, cosa stia pensando perché le risposte mi fanno paura.

La sua orchidea sta per fiorire, di nuovo. È l’unica che continua a farlo e trovo che la cosa sia perversamente beffarda. Non parlo più con nessuno di quello che provo, perché non trovo nessuno che abbia voglia di stare a sentire, forse neppure G. anche se la cosa non ha molto senso. Durante il giorno distrattamente butto l’occhio al calendario, spaventata da quello che mi aspetta. Dicembre sta per iniziare, e fra poco la città sarà tappezzata dai manifesti della mostra organizzata da C. oltre che dalle mille luci del Natale e io non potrò evitare il dolore che mi travolgerà come uno tsunami. Ogni sera osservo la piccola Smart posteggiata sotto casa e mi chiedo come sarebbero andate le cose se io l’avessi presa e mi fossi presentata sotto casa sua mesi fa. Non sento più il bisogno di fare una cosa del genere, ora. O meglio la paura ha preso il sopravvento.

Paura, paura, paura: pare che io non sappia parlare d’altro…

Sono di una noia mortale. Ecco

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Lo strappo

«Posso udire lo strappo, rabbia e amore, passione e pietà. E quando il distacco si è improvvisamente compiuto – o quando non ne colgo più il suono – allora il silenzio è ancora più terribile perché c’è solo follia intorno a me, la follia delle cose strappate, che si strappano dal di dentro, radici che si lacerano a vicenda per crescere separatamente, lo sforzo compiuto per conseguire l’unità».

Anaïs Nin, “La casa dell’incesto”

Fuori uno

Tra le tante cose che dovevo affrontare c’era la visita a M. e A. e al loro bambino, che ormai è nato da un mese. Me ne sono tenuta alla larga con la scusa che dovevo finire prima la copertina, ma quella ormai l’ho finita da giorni e quindi non avevo più scuse da accampare… Ho pensato che se fossi andata in pausa sarebbe stato più facile, perché almeno avrei dovuto affrontare solo lei, quindi ieri sera ho preso il coraggio a 15 mani e le ho detto che oggi sarei passata. Mi ha risposto con entusiasmo e a quel punto non potevo più tirarmi indietro. Poi stamani mi ha scritto che ci sarebbe stato anche M., e che se preferivo avrei potuto andare un altro giorno, ipotesi che ho accarezzato per qualche minuto prima di dire che alea iacta est e quindi avanti tutta. Ho passato la mattinata con i crampi allo stomaco e per un attimo ho persin pensato di andare a casa e dire scusate son malata. Ma ho resistito.

Anche solo suonare il loro campanello mi è costato uno sforzo immane. L’immagine che mi rimandava lo specchio della cabina dell’ascensore mi ha spaventato: occhiaie nere, guance cascanti, occhi spenti. Stamani avevo anche cercato di darmi un tono truccandomi un poco più del solito, ma senza grandi risultati. Ho varcato la loro soglia con un groppo terribile ma ho indossato la mia espressione migliore e sono stata in apnea emotiva per un’ora e poco più. Il bimbo ha dormito tutto il tempo. Con grande entusiasmo e quell’eccessiva enfasi che dedico alle bugie più vistose ho raccontato della casa e del gatto, del corso di cinema e della danza. Ogni singola cosa mi ricordava C. Ogni tanto voltandomi mi aspettavo di vedermelo seduto accanto. È stato terribile. È stato devastante. Pensavo che un po’ mi fosse passata, mi sembrava di stare un poco meglio, sembrava che le cose che mi ha dato G. da prendere stessero facendo effetto, ma in un istante tutto è crollato e mi sento peggio di prima, molto peggio di prima.

Fuori piove e tira un vento innaturale per questa stagione. Alla fine è arrivato il freddo.

Mr. Big mi ha bidonata per stasera quindi dopo aver preso un aperitivo con S. me ne tornerò a casa.

Ho bisogno di piangere.

Che senso ha andare avanti così?

Cose che non escono

Forse sarebbe il caso che tornassi a parlare di me, dopo giorni passati a postare poesie, citazioni e vignette. Ma le parole non mi escono: così come le lacrime, i pensieri continuano a rimanere paralizzati in una specie di limbo atemporale.

La verità è che ogni giorno mi pare uguale al precedente, senza che nulla accada, senza che nulla mi tocchi. La notte continuo a sognarmi di C., anche se difficilmente mi resta qualcosa di quelle avventure oniriche, se non il vago senso di vicinanza che mi lasciano una volta sveglia.

Continuo a evitare contatti con le persone che gli sono vicine, e credo di sembrare scorbutica e pure parecchio maleducata.

Continuo a guardarmi intorno con aria circospetta quando sono per strada o su un tram, per paura di vederlo sbucare.

Ho mandato dei libri a sua sorella. Mi ha ringraziato con un sms di una freddezza francamente disarmante. Forse era in imbarazzo, forse invece era contenta che il suo adorato fratello si fosse liberato di una presenza così ingombrante. Le ho risposto con fredda educazione, ma forse avrei fatto meglio a lasciar perdere.

Mr Big è sparito una volta di più e come neve al sole si è sciolta l’illusione di aver trovato qualcuno con cui condividere quel tempo libero che continua a sembrarmi una prigione. Avevo fatto girare i miei programmi intorno al fatto che ci saremmo visti ieri sera per andare al cinema: alle 15 ha mandato un sms per dire che “non ce la faceva”. Son stata tentata di non rispondergli, e ci ho messo più di un’ora per scrivergli che comunque avevo preso un altro impegno (bugia, ovviamente) perché sapevo che mi avrebbe dato buca. Che poi lo sapevo davvero che mi avrebbe dato buca e in fondo era con me stessa che me la dovevo prendere, per essere stata tanto ingenua da far conto su di lui. “Primo non ti fidare”: dovrei averlo ormai imparato, questo comandamento e invece come un’allocca continuo a dipendere dagli altri e a contare sugli altri – cretina, cretina, cretina.

Ho provato a parlare con la Giornalista ieri, ma o io non mi spiego (cosa probabile) e lei non capisce. Oppure io mi spiego benissimo, e lei altrettanto bene capisce, solo che quello che mi dice non voglio stare ad ascoltarlo. Però abbiamo stabilito che questa maledetta città è respingente. Per la legge del contrappasso io che ho rotto un matrimonio perché non volevo andarmene da qui, adesso vorrei vivere ovunque tranne che in questa stupida pseudo-metropoli. Alla fine tutto torna, in un modo o nell’altro.

Stasera vado a firmare il compromesso per la casa. Mia madre non ci sarà, perché è stata male stanotte e io non vedo l’ora di tornare a casa mia per poi sentirmici soffocare dopo 5 minuti.

Forse è il caso che inizi a dirimere qualcuna delle contraddizioni con le quali sto facendo i conti, prima che tutto crolli sotto il loro peso.