A cena col manoscrittaro

Ieri sera la Giornalista2 mi ha invitata a cena. Mi son presentata da lei alle 20.30, con un’orchidea bianca e un’emicrania feroce. Per una volta avevo sostituito la mia divisa (jeans, maglione e stivaletti cinesi) con un abito smanicato. Mi ero persino messa il fondotinta.

La cena è stata gradevole. Tutte coppie tranne un tizio tra i 45 e i 60, il cui nome mi son dimenticata dopo circa 30 secondi. Credo fosse reduce da una doppia separazione, qualche figlio qua e là. Non troppo alto, occhi azzurri, capelli più bianchi che brizzolati. Non mi sono neppure premurata di informarmi sulla sua occupazione. Eravamo seduti accanto, a tavola. Ho passato il tempo ad accarezzare il cane. Non devo aver fatto una grande impressione, ma sinceramente non ricordo neppure più come si flirti, ammesso che io lo abbia mai saputo. Di lui ricordo che aveva le mani piccole, sgradevoli. Un anello sproporzionato all’anulare della mano destra, con delle iniziali incise. Ho parlato del mio lavoro. Ho scoperto che ha un manoscritto nel cassetto – uno dei tanti scrittori mancati.

Ha aspettato che arrivasse il mio taxi, poi se n’è andato. Gli ho detto di mandarmi il suo libro. Non l’ha fatto, e sinceramente la cosa non mi stupisce, deve aver pensato che fossi fredda come il ghiaccio, e anche un poco noiosa in fondo. Quanto al mio aspetto fisico, ormai dimostro 10 anni di più: magra, sciupata, le guance cascanti, delle borse sotto gli occhi che fanno spavento – quindi direi che su quello non posso contare. Non so cosa sapesse della mia situazione personale, se sapesse che sono single, ma del resto non si è informato quindi o la cosa non gli interessava, o a non interessargli ero io. Insomma, un fiasco su tutta la linea, soprattutto per il mio orgoglio femminile. Eppure gli astri avevano predetto che ieri avrei fatto scintille. Evidentemente anche gli astri sbagliano.

L’unica cosa che mi rimarrà di questa serata francamente inutile è il ricordo dei dipinti di Emilio Tadini sparsi un po’ ovunque, alle pareti e anche appoggiati a terra, con noncuranza. C. aveva un debole per quel pittore, credo che gli sarebbero piaciuti, anche perché erano proprio della serie che lui tanto amava. Fino a qualche settimana fa avrei fatto delle foto di nascosto e gliele avrei spedite immediatamente. Ieri sera non ho neppure tirato fuori il telefono dalla borsa, che tanto non aveva molto senso rischiare una brutta figura per catturare immagini che non avrei saputo con chi condividere.

Stanotte l’ho sognato, C. Di nuovo. Ricordo solo l’ultima immagine prima del risveglio. Io gli chiedevo se sapeva il male che mi aveva fatto, e se sapesse che più dolore di così non ne poteva provocare. Lui distoglieva lo sguardo, girava la testa e mi diceva che era cambiato. A quel punto sono stati i miei occhi a spalancarsi, e nonostante fosse prestissimo mi sono rifiutata anche solo di tentare di riprendere sonno, perché temevo che il sogno continuasse.

Ho girato per casa rincorrendo Cleopatra e ho visto il mio destino: una zitella patetica nella cui vita l’unica gioia arriva dal gatto.

Mi sono fatta pena da sola.

emilio-tadini

Meglio pochi ma buoni

Ogni tanto son tentata di raccontarlo a chiunque, che tengo un blog. Certo il numero dei lettori non aumenterebbe più di tanto dacché come forse si sarà capito non è che io sia piena di amici o anche solo di conoscenti ma comunque aumenterebbe  ecco.

Poi però mi dico che no questo spazio è solo mio e delle persone a cui tengo, quelle che non mi giudicano se sto male, o che non fanno nulla per meritarsi le mie invettive e che il fatto di poter essere me stessa fregandomene delle conseguenze di quando in quando non è poi male, quindi ben vengano i miei pochi lettori: com’è di dice meglio pochi ma buoni (che tanti  e criticoni)